DSA e altri disturbi dello sviluppo, l’importanza di una valutazione
Valutare permette di capire.
Ed è importante capire se ci sono difficoltà per il bambino e quali sono, non tanto per avere una etichetta, quanto per aiutarlo davvero. Infatti possono esserci bambini che, pur non ricevendo una diagnosi (perché non rientrano nei criteri clinici per poterla porre), hanno comunque difficoltà o disagio. E perché non aiutarli?
In ogni caso è importante aiutare il bambino a compiere un percorso adeguato al suo sviluppo e sereno, indipendentemente dalle “categorie diagnostiche”. Quindi, per prima cosa, è importante capire, per poter intervenire al meglio.
In altre parole, valutare consente di capire, e capire permette di aiutare il bambino o il ragazzo ad affrontare e superare (spesso non senza sforzo, ma superare) alcune difficoltà.
Perché è importante una valutazione precoce?
Una valutazione precoce, indipendentemente dall’etichetta diagnostica, serve per individuare precocemente eventuali difficoltà e conoscere le caratteristiche di tali difficoltà; permette quindi di intervenire subito, prima che il problema si sviluppi maggiormente e pervada altri ambiti della vita come l’autostima o le relazioni sociali e in generale il benessere psicologico.
Inoltre, prima si interviene e maggiore potrà essere l’efficacia dell’intervento e minori potranno essere i disagi psicologici legati ai disturbi dello sviluppo.
Perché è importante una diagnosi?
Con il bambino, la diagnosi permette di attivare tutto un sistema di aiuti istituzionali e pratici (ad esempio il PDP) che gli permetterà di affrontare con sempre maggiore serenità le sue difficoltà e di raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo. Sapere quali sono le difficoltà consente un cambio di prospettiva e di atteggiamento nei confronti del bambino e delle sue difficoltà da parte dei genitori e di tutte le persone che si prendono cura di lui; ad esempio un bambino con difficoltà di attenzione, prima della diagnosi, sarà probabilmente “accusato” di essere pigro e di non impegnarsi, dopo la diagnosi, assodato che non è questione di “pigrizia” o “scarso impegno”, sarà probabilmente aiutato con opportune strategie educative e didattiche a stare più attento e quindi ad apprendere meglio e con più serenità.
Non sapere comporta uno sforzo immane (e inutile) da parte del bambino, della famiglia e della scuola; rimanendo sull’esempio del bambino con difficoltà di attenzione, sarà probabile che se si ritiene le sue difficoltà derivanti da scarso impegno, si chiederà al bambino più impegno; questi, nonostante si impegni davvero di più, non riuscirà ad ottenere risultati apprezzabili, si sentirà frustrato e comincerà ad “odiare” tutta una serie di attività che comportano attenzione (compresi i compiti, la scuola e forse anche i genitori che, secondo lui, “non capiscono”); stando così le cose, probabilmente si darà inizio ad una spirale di stress sia per il bambino, sia per i genitori, sia per gli insegnanti.
La diagnosi rappresenta quasi sempre il punto di svolta di situazioni di disagio psicologico: quasi sempre è l’inizio di un nuovo proficuo percorso verso il benessere.


