Cos’è il disturbo dello sviluppo intellettivo

Che cosa significa Disturbo dello sviluppo intellettivo?

Una volta si chiamava Ritardo mentale, ma finalmente la comunità scientifica si è resa conto che è una definizione ben poco appropriata, non c’è nessun “ritardo”. Il concetto di ritardo poggia le basi sui concetti di “obiettivo” e di “prestazione” (di cui abbiamo parlato qui): si sottintende che debba esserci un “traguardo” da raggiungere ma che invece non si raggiunge. Tale definizione ha nel tempo assunto valore quasi di “sentenza”, una “quasi-condanna”, e in verità a quest’idea hanno molto contribuito medici, psichiatri e anche psicologi. Inoltre sottintende che sia una questione di tempo, come a dire, “peccato, non ce l’ha fatta, è arrivato in ritardo”. A questo punto vorrei subito lanciare una provocazione: c’è un termine di scadenza per poter imparare? Se non si impara entro un certo momento, non si imparerà mai più? Quante cose si imparano anche durante la senilità? C’è un detto: “La vecchia non voleva morire perché voleva ancora imparare”.

Oggi, ciò che una volta si chiamava “ritardo mentale” si chiama “disabilità intellettiva” oppure, in modo molto più preciso, “Disturbo dello sviluppo intellettivo”. Nel DSM 5, il manuale diagnostico dei disturbi mentali di fama internazionale, il cambiamento è stato netto rispetto al passato. E devo dire, con grande soddisfazione, “finalmente!”

Quale traguardo?

Posso affermare, senza tanto timore di sbagliare, che non c’è in assoluto un obiettivo da raggiungere, non esiste qualcosa che tutti noi “dobbiamo assolutamente saper fare”. Se così non fosse, molti di noi sarebbero “out”.

Differenze individuali

Siamo tutti diversi, parliamo spesso di differenze individuali ma a volte, probabilmente perché non siamo in grado di colmare le distanze che ne conseguono, ce ne dimentichiamo o forse, come direbbe il buon vecchio Sigmund Freud, “rimuoviamo”. In realtà esiste nel mondo umano, e forse non sarebbe umano se così non fosse, la variabilità individuale.

Cos’è l’intelligenza?

Uno studioso della mente, un certo Howard Gardner sosteneva negli anni ’80 che non c’è una intelligenza ma più intelligenze (emotiva, sociale, linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica). E la diversità di chi è più dotato/allenato ad una intelligenza e meno in un’altra credo sia sotto gli occhi di tutti: ad esempio un musicista può essere un “genio” nella musica e contemporaneamente essere poco abile come ballerino o nei rapporti interpersonali. Ovviamente per Gardner, ed io aderisco, non c’è una intelligenza assoluta o standard da sviluppare e a cui tendere; tuttavia si può sviluppare il potenziale di una o più intelligenze e diventare “abili” in un determinato campo dell’azione umana, come ad esempio la matematica o la pittura o la ginnastica ritmica. Ma da che dipende l’intelligenza? Naturalmente dipende da tanti fattori: la “dotazione” genetica che propone alcune abilità individuali all’ambiente il quale poi modella (sviluppa o inibisce) tale “dotazione”. E per ambiente si intende la cultura di appartenenza, le risorse economiche e sociali, la disponibilità di apprendimento formale (ovvero di andare a scuola), l’educazione, gli affetti familiari e tanto altro ancora. Quindi, forse, tutto sommato, intelligenti si diventa…

Caratteristiche individuali

Dall’interazione di tutti questi fattori emergono piano piano le “caratteristiche individuali” che, al contrario di ciò che comunemente si crede, non sono immutabili ma in continua evoluzione: forse il cambiamento è la vita stessa. A tal proposito, lo studioso Reuven Feuerstein, il quale ha lavorato per il potenziamento cognitivo con bambini con diagnosi di disabilità intellettiva, ha scritto un libro che ha questo titolo: “La disabilità non è un limite. Se mi ami, costringimi a cambiare”. A pensarci bene, non è quello che fanno tutti (o quasi) i genitori quando educano i propri figli? Non pretendono il cambiamento dai propri figli? Non è ciò che fanno molti insegnanti quando insegnano ai propri studenti? Non pretendono il cambiamento dai propri studenti?

Intelligenza: intreccio di abilità

Due persone con “disabilità intellettiva” dello stesso “grado”, possono avere profili cognitivi estremamente diversi fra loro: alcune abilità cognitive, come ad esempio il linguaggio o la memoria oppure ancora l’ “abilità sociale”, possono essere molto sviluppate in alcuni mentre in altri molto poco. La mente delle persone si compone dall’interazione di tutta una serie di abilità che sono (o sono state) più o meno sviluppate. E noi chiamiamo mente proprio le “modalità” con cui queste abilità interagiscono e vanno a costituire il “chi siamo”; e i “modi di interagire” sono infiniti, ovvero le menti sono infinite, le caratteristiche delle persone sono infinite. Ecco un’altra provocazione: come possiamo “sentenziare” che questo bambino o quel ragazzo non arriveranno ad imparare una determinata cosa? Io non me la sento di dirlo quando siamo immersi in questa serie infinita di possibilità.

Quale obiettivo?

Le considerazioni appena fatte ci portano ad una domanda fondamentale: perché si è al mondo? Io, come molti prima di me e come molti più noti di me, non ho una risposta precisa. Credo però che si debba perseguire il benessere, ovvero lo “stare bene” nel mentre si vive.

Disabilità intellettiva o learning disability?

Gli anglosassoni chiamano spesso questo disturbo con il nome di “learning disability”, ovvero una disabilità ad imparare, non una disabilità dell’intelligenza ma una carenza di alcune abilità la quale impedisce ad alcune persone di imparare facilmente. Questa, sebbene possa sembrare una differenza di poco conto, comporta una differenza sostanziale nell’atteggiamento con cui si affronta la questione. Se infatti si pensa a queste difficoltà come “intellettive” si tenderà a pensare che una persona non potrà mai riuscire a svolgere determinati compiti. Se invece si intende come “difficoltà ad imparare”, è molto probabile che si tenda a supportare la persona in difficoltà con l’obbiettivo di fargli apprendere ciò che ancora non sa fare.

Ovviamente il mio modo di vedere le cose è il secondo, per me il disturbo dello sviluppo intellettivo è una difficoltà (più o meno marcata, certo) ad imparare.

Non senza difficoltà…

Abbiamo detto che si tratta proprio di difficoltà e spesso ci sono molti problemi e ostacoli, chi si prende cura di questi bambini e ragazzi lo sa bene… MA, c’è un grande ma…

Cosa si può fare per aiutare bambini e ragazzi con Learning disability?

Indipendentemente dall’etichetta, credo che questi bambini e questi ragazzi, non abbiano limiti a priori, hanno un modo diverso, e a volte molto diverso, di imparare, generato dalle proprie specifiche caratteristiche individuali. Ciò che si può fare è aiutarli a cambiare, a sviluppare in modo sufficiente quelle abilità che sono carenti e potenziare quelle adeguate, per fare in modo che i bambini e i ragazzi possano vivere una vita il più possibile soddisfacente, secondo i propri interessi e le proprie propensioni. Si può, ci sono centinaia di ricerche che dimostrano che le abilità cognitive carenti possono essere potenziate e in molti casi diventare sufficientemente adeguate per condurre una vita autonoma e soddisfacente da un punto di vista personale, affettivo, relazionale e sociale.

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